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Jardines de Pedregal
Colonia San Angel (Messico)(1945 - 1952)


SCHEDA Descrittiva
SCHEDA DESCRITTIVA

Paese MESSICO
Denominazione JARDINES DE PEDREGAL
http://www.greatbuildings.com
http://www.pritzerprize.com/barragan

Località COLONIA SAN ANGEL
Progettisti LUIS BARRAGÀN
Tipologia GIARDINO PUBBLICO MODERNO
Anno di realizzazione 1945 - 1952


Nella zona a sud-ovest di Città del Messico, si estendeva l'incontaminato territorio oggetto dell'utopistico piano di urbanizzazione concepito dall'architetto-ingegnere messicano Luis Barragàn. La superficie vergine di circa quattro milioni di metri quadrati, era totalmente ricoperta dalla lava del vulcano Xitie, a causa di un'eruzione avvenuta nel II secolo d. C. Questo autentico "oceano paralizzato ed imponente" di lava oscura, rimase immobile e integro per molte centinaia di anni, ignorato dalle azioni umane.

Le ragioni che spinsero Luis Barragàn ad affrontare, nel 1945, il sogno della "colonizzazione" ex-novo di questo "mare di pietra", sono molteplici e complesse.

Il fascino per questo selvatico paesaggio fu nutrito ed accresciuto in lui dalle discussioni con alcuni amici artisti, in particolare Clemente Orozco e Diego Rivera, due figure chiave dell'arte messicana e internazionale. Quest'ultimo, in particolare, elaborò un'attenta e dettagliata strategia di pianificazione del Pedregal, convinto che una guidata urbanizzazione di questo territorio, avrebbe potuto disciplinare la ormai straripante e confusionaria espansione di Città del Messico. In un discorso tenuto nel 1930, Diego Rivera espresse - nella generale descrizione delle sue proposte - l'assoluta necessità della conservazione delle caratteristiche geografiche del Pedregal nella sua auspicata futura urbanizzazione: "Non si otterrebbe nulla di buono se le costruzioni distruggessero la bellezza naturale del sito", ed arrivò a proporre l'istituzione di un "consiglio per l'estetica".

Le proposte di Rivera e d'altri intellettuali messicani, stimolarono l'immaginazione di Barragàn e si unirono al suo impulso interiore di ricreare un proprio paradiso personale: un ideale "giardino-abitato", in cui alla concezione innovativa ed "ecologica" del disegno paesaggistico - alternativo alla metropoli contemporanea - corrispondeva l'immagine di un'ipotetica futura società lì insediata, fondata e regolata da alti principi umani e spirituali.

Nel periodo precedente il progetto per il Pedregal, Barragàn aveva realizzato una serie di giardini privati, nei quali - grazie al precedente acquisto personale dei terreni - poté sperimentare liberamente e senza mediazioni: le qualità estetiche di molte specie locali, le diverse possibili composizioni degli sfondi, la variazione infinita delle partizioni create attraverso dislivelli e schermi ed approfondire il suo fondamentale interesse per il funzionamento della relazione architettura-giardino-contesto. In quest'organico meccanismo, il giardino giocava, per Barragàn, la triplice centrale funzione:
- di manifestare all'esterno la presenza del verde, arricchendo lo spazio pubblico della strada,
- di intrapporsi, filtrando lo spazio tra quest'ultimo e l'abitazione
- di rafforzare il senso della domesticità all'interno della casa.

Nel discorso pronunciato in occasione della consegna del premio Priztker per l'architettura, nel 1980, Barragan descrisse il primo impulso che lo indusse ad affrontare la progettazione del Pedregal:

"…Nella vasta estensione di lava, a sud di Città del Messico, mi proposi, estasiato dalla bellezza di questo antico paesaggio vulcanico, di creare alcuni giardini che rendessero umano, senza distruggerlo, questo spettacolo così meraviglioso. Passeggiando tra le fessure di lava (…) scoprii all'improvviso delle vallette verdi nascoste. (…) Il ritrovamento così inaspettato di queste valli causò in me una sensazione simile a quella che provai allorché, passeggiando per l'Alhambra, si prospettò ai miei occhi il sereno e silenzioso "Patio de los Mirtos".

Alla "grande avventura" del Pedregal, Barragàn dedicò sette anni della sua vita. Egli si comportò come un vero colonizzatore di una terra vergine: tracciò strade, vie, giardini, piazze, fontane e stagni, ingressi e uscite alle quali lui stesso diede i nomi e decise altresì delle regole edilizie e urbanistiche.

I primi lavori realizzati - e gli unici ancora oggi visibili - furono: l'area d'accesso al parco, costituita da una grande piazza circoscritta da un lato da un grande muro bianco e dall'altro da pareti di lava di diversa altezza, da cui scaturiva una colonna d'acqua; inoltre, progettò una serie di aree verdi con fontane, quali: la "Fontana delle Anatre" e la "Piazza del Sigaro".

L'idea di "giardino" domina l'intera opera di Barragàn ed in particolare l'utopistico progetto del suo paradiso terreno. Esso divenne lo strumento formale di una più ampia strategia che aveva lo scopo di rivelare la mediocrità dei principi che sostenevano la società di massa, società che pareva aver dimenticato il significato e la capacità di creare giardini. In essi Barragàn non vedeva solamente degli spazi alternativi ai luoghi della quotidianità alienata, ma anche degli ambiti privilegiati per l'apprendimento estetico, per l'educazione alla bellezza, veri rifugi di serenità e rigenerazione.

Durante la conferenza tenutasi in California nel 1951, invitato dal locale Collegio degli Architetti, Barragàn incentrò l'intera esposizione sul tema del giardino e sul progetto del Pedregal, a proposito del quale espresse l'intenzione di:

"…sviluppare e creare dei giardini privati, uno per ogni casa, delimitati e circondati da muri, alberi e verde, tali da impedire di vedere l'esterno e le case vicine. (…) Mi sforzerò di individuare le differenze che caratterizzano i due tipi di giardini: quello aperto e quello chiuso. Una delle caratteristiche dell'uomo moderno (…) è il fatto di vivere in pubblico (…) per questa ragione, crea giardini aperti che non possono essere dotati del fascino e dei vantaggi dei giardini privati (…) ritengo che i giardini aperti non favoriscono il riposo quotidiano, né del corpo, né dello spirito. (…) Vorrei potervi trasmettere chiaramente il riposo psichico e spirituale di cui possiamo godere grazie all'abitudine di trascorrere alcune ore al giorno in un giardino.(…) Questo tipo di giardino fa sì che l'uomo si serva abitualmente della bellezza, che la bellezza diventi il nostro pane quotidiano. (…) Mi chiedo se, assieme ai giardini destinati a case private, saremo in grado di creare giardini di natura privata per un gruppo di case in comunità".

Barragàn era ben consapevole del periodo di decadenza che la figura del giardino stava attraversando: "Si vive in un'epoca in cui il valore supremo è il denaro. In questo contesto i valori dell'architettura e ancor più dell'architettura del paesaggio sono fragili e penosamente effimeri".

In opposizione alla crisi del significato storico del giardino - divenuto semplice spazio verde con valenze di pubblica igiene - egli oppose quella di un giardino come puro piacere, luogo di riposo e serenità, materializzazione dell'ociosidad - l'ozio perfetto - da lui intesa nel senso di letizia e pace.

I rari reperti rimasti dell'originale concezione del Pedregal, ci danno forse scarsi spunti ed informazioni progettuali. Assai più potente e prezioso è, invece, il messaggio che sostiene questo progetto di luogo ideale: in esso, infatti, Barragàn eleva la figura del giardino a tipologia di importanza fondamentale dell'architettura e dell'urbanistica, affidandogli nientemeno che il ruolo di strumento redentore e purificatore della società, le cui metropoli sono le manifestazioni materializzate.

La felice conformazione delle prime realizzazioni - che nell'adattarsi alle forme del territorio lo valorizzavano e ne potenziavano la bellezza - ottenne successo presso la schiera degli aspiranti acquirenti borghesi, fatto che innescò una rete di interessi più vasti attorno al progetto. Le esigenze finanziarie sempre più impellenti, allentarono il rigore dell'iniziale regolamento, fino a quando, nel 1952, Barragàn si rese conto di avere perso completamente il controllo dell'impresa ed abbandonò il progetto cosciente della sconfitta subita.

(Raffaella Spagna. 31.01.2002)


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