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SACRO BOSCO DI BOMARZO O PARCO DEI MOSTRI
Bomarzo (Viterbo) (1552 - 1580)


SCHEDA Descrittiva
SCHEDA DESCRITTIVA

Paese ITALIA
Denominazione SACRO BOSCO DI BOMARZO O PARCO DEI MOSTRI
http://www.acpb.com/bomarzo/index_it
http://www.digilander.iol.it/epiur/bomarzo
http://www.cyberitalian.com/html/gal_36
http://www.tiscalinet.it/InteractiveMedia/bomarzo
http://www.progenlab2.dst.polimi.it/tesi/080/verfic.htm

Località BOMARZO (VITERBO)
Progettisti PIERFRANCESCO ORSINI
Tipologia GIARDINO STORICO PRIVATO
Anno di realizzazione 1552 - 1580


Tra le città di Orte e Viterbo, a circa 80 chilometri a nord di Roma, si trova uno dei più enigmatici ed originali giardini del mondo: un caso irripetibile di elaborazione umana della natura.

Il sito è costituito da una serie di terrazzamenti che digradano verso la vallata del Tevere; arroccato su di un colle, che si affaccia su di essa, si trova l'attuale conformazione di un antico insediamento etrusco: il paese di Bomarzo e - a poco più di un chilometro dall'abitato - si erge il singolare Parco dei Mostri.

All'interno di una sorta di anfiteatro naturale cosparso di castagni, noccioli e querce, si scorgono - affioranti dal terreno, quasi ne fossero le sue stesse emanazioni - numerose ed insolite raffigurazioni scolpite nei grandi macigni di Peperino. I giganteschi massi ieratici, catapultati dalle vicine montagne vulcaniche, furono scolpiti direttamente in loco e si animarono assumendo le sembianze di figure mitiche, spaventose e bizzarre.

Diversi sono i nomi di artisti ed architetti - tra i più conosciuti dell'epoca - che compaiono nei rari documenti relativi alla storia del parco; tra essi, in primo luogo, emerge la figura dell'architetto napoletano Pirro Ligorio, progettista della grandiosa Villa d'Este a Tivoli, ma compaiono anche numerosi altri nomi tra i quali: il Vignola, l'Ammannati, Raffaello da Montelupo e Jacopo del Duca. Tuttavia, la natura singolare ed eccentrica del parco, nonché l'insolita scarsità di documentazione sul suo disegno, fanno convergere verso l'ipotesi della pressoché totale egemonia progettuale esercitata dal proprietario, il duca Vicino Orsini, alle cui personali esigenze di espressione artistica, i vari artisti contattati probabilmente dovettero sottostare.

All'età di 33 anni, di ritorno dalle numerose campagne militari, Vicino Orsini si stabilì definitivamente nel suo possedimento, dedicandosi alla sua gestione ed alle giovanili passioni letterarie.

Intorno al 1550, decise di sistemare a parco il comprensorio boschivo del suo terreno, annettendolo al già esistente giardino all'italiana prospiciente il palazzo; ma da quest'ultimo rimase sempre, per sua volontà, un'entità ben distinta e permeata da soluzioni formali concettualmente autonome da ogni regola compositiva dell'epoca.

Al nome "Giardino" o "Parco", Vicino Orsini preferiva quella di "Bosco Sacro"; definizione che conteneva già in sé i germi di una cultura manierista, in cui il luogo del bosco designava una dimensione fantastica ed esoterica. La parola "Sacro" ha qui il significato di meraviglioso, nel modo in cui lo immaginavano gli antichi. La struttura labirintica e disorientante dei percorsi, le prospettive distorte e ingigantite che schiacciano il punto di vista dell'osservatore e altre inconsuete invenzioni formali, non trovano alcuna corrispondenza nella visione del mondo - ordinata e razionale - dell'epoca rinascimentale.

Alla morte dell'affezionata moglie, Giulia Farnese, il Bosco divenne per il Duca, oltre alle letture, la sua principale occupazione, trovando consolazione nel progettare sempre nuovi "disegni per il Boschetto" e ampliando con continui accrescimenti l'estensione del parco: "Non mi resta altro refrigerio se non per il mio Boschetto et benedico quelli denari che vi ho spesi e spendo tuttavia".

Il Duca divenne presto orgoglioso della sua creazione originale e fantasiosa e si compiaceva di mostrarla agli ospiti occasionali; la fama di questo luogo popolato di "cose stravaganti e fantasiose", si era rapidamente consolidata tra i contemporanei. La consapevolezza di aver creato un unicum irripetibile, trapela in una delle inscrizioni presenti nel giardino:

"Cedan Memphi e quant'altra meraviglia
ch'ebbe già il mondo in pregio al Sacro Bosco
che sol a sé stesso e a null'altro assomiglia".

Dopo la morte di Vicino Orsini nel 1582, iniziò per la sua "meravigliosa follia" un periodo di progressivo disfacimento: un lungo oblio durato quattro secoli. Solo verso la metà del XX secolo, il possedimento fu acquistato da nuovi ed attenti proprietari, che con propri mezzi avviarono un parziale recupero del parco.

Il Bosco Sacro di Bomarzo è considerato, dai più attenti studiosi, un evento eccezionale all'interno della storia dell'arte dei giardini, come è evidenziato nella "Guida ai segreti del Lazio":

"Esso rappresenta la più alta manifestazione di quell'inquietante periodo del manierismo illanguidente, di quel periodo di nervosa e stupenda decadenza in cui gli artisti cercarono ispirazione rifugiandosi nel magico, nell'esoterico e nella più scoperta evasione dalla vita quotidiana".

La composizione generale del parco, a causa delle sue peculiari caratteristiche formali esplicitate dalla libera disposizione dell'impianto arboreo, dalle dimensioni gigantesche e inusitate delle sculture, dall'insolita decisione di verniciare a colori vivaci la loro rugosa superficie e dall'attenzione posta alla ricerca di effetti prospettici pittoreschi svincolati da qualsiasi regola e ordine rinascimentale, non permette una sua precisa classificazione tipologica, rendendolo un caso isolato, totalmente disubbidiente ai canoni progettuali impiegati nei cosiddetti giardini all'italiana.

Definito dalla studiosa francese Jaqueline Theurillat come: "L'ultimo grande mistero artistico del Rinascimento", il Sacro Bosco divenne l'inconsapevole formalizzazione di quel periodo di trasformazioni manifestatosi attorno alla seconda metà del XVI secolo, in cui, sotto l'influsso della Controriforma, si verificò un profondo mutamento nelle coscienze e nei gusti che anche l'arte dei giardini, espressione di quella cultura, non tardò a registrare.

Il parco di Bomarzo, ideato e realizzato per la maggior parte tra il 1552 e il 1564, espresse anzitempo un'autonoma originalità di linguaggio: la sua forte componente fantastica e irreale, la ricerca del meraviglioso attraverso "artificiosi inganni e stravaganze", pare aver anticipato di alcuni decenni: "quell'urgenza passionale dell'incipiente barocco" che si attivò in maniera estesa ben più tardi. A conferma di questa ipotesi Leonardo Benevolo nel suo: "Saggio d'interpretazione storica del Sacro Bosco" evidenzia per l'appunto come: "La ricerca dello strano e del meraviglioso è eccezionale, in sede di arte del giardino, prima del 1570". Un'ulteriore conferma dell'importanza e dell'eccezionalità del Sacro Bosco, è rilevabile nello scritto "Attorno al progetto di un parco", del noto paesaggista italiano Ippolito Pizzetti:

"(…) Bomarzo è un'altra cosa e per chi si deve apprestare a lavorare sul paesaggio, forse Bomarzo nella sua concezione ancor più che nella sua struttura (che poi è destrutturazione) è più importante di Versailles. Davanti a Bomarzo occorre fermarsi, chiedersi cos'è, o cos'è stato, vista la sua attuale condizione avvilita, quali sono i motivi che l'hanno creato e così, indagare il senso della sua rivoluzione. Proprio perché rappresenta un "a parte", un salto, il fuori dalle righe, credo convenga fermarsi su Bomarzo come in architettura su Gaudì o su Scarpa".

Analizzando il percorso, che attraverso un susseguirsi di eventi, si snoda lungo i sentieri del Sacro Bosco, si può notare come ad ogni "tappa", lo spazio assuma una alternanza di opposte conformazioni: se ad un tratto ci si ritrova avvolti da un umido boschetto cupo e tenebroso, subito dopo ci si ritrova in un'ariosa e luminosa spianata. Ogni particolare atmosfera è sostenuta dalla presenza di una o più sculture o costruzioni: una vera e propria popolazione pietrificata che si rivela in ogni angolo del giardino, a volte in modo sommesso e mimetizzato, altrove in maniera invadente ed eclatante. Le gigantesche figure scolpite nella roccia vulcanica, appartengono al mondo immaginario della mitologia mediterranea; tra esse troviamo: sirene e ninfe, satiri, deità fluviali e marine, orsi araldici ed ancora: una balena, una gigantesca tartaruga, un drago dalle insolite fattezze orientali, un elefante guerriero, un gigante intento a squartare un'amazzone, nonché il famoso grottesco mascherone dalle fauci aperte attraverso le quali è possibile accedere ad una stanza interna. Particolarmente bizzarra è la "casa pendente": una folle invenzione dell'Orsini, che disorienta e stordisce la normale percezione dello spazio, inducendo nel visitatore una sorta di malessere fisiologico. Anche le scritte incise nella pietra, costituiscono una "tipologia scultorea", essenziale alla scansione degli episodi del percorso-racconto che si dipana nel parco. La seguente citazione, rappresenta forse il verso più famoso ed emblematico tra le diverse scritte presenti:

"Voi che pel mondo gite errando vaghi
di veder meraviglie alte et stupende venite qua,
dove son facce horrende,
elefanti ,leoni ,orchi et draghi"

La lavorazione della pietra è stata a volte mantenuta, dagli ignoti artefici, ad un livello di sbozzatura grossolana; questo insolito genere di tecnica scultorea, conferisce alle forme una particolare rozzezza che enfatizza il loro aspetto inquietante e che genera nell'osservatore un susseguirsi di stati d'animo contrastanti ed oscillanti tra la meraviglia, il dubbio, la serenità o lo sgomento.

L'intero percorso è scandito da una serie di postazioni, vere e proprie ambientazioni scenografiche, il cui punto di vista è di natura variabile e molteplice. I numerosi sedili distribuiti lungo i sentieri, invitano l'osservatore ad un'attenta visione dell'ambientazione da un preciso e statico punto di vista. Al contrario, percorrendo il sentiero, è possibile compiere una completa circumnavigazione della scena.

Questa esplicita suddivisione delle modalità di fruizione nei due tipi: visione prospettica da fermo e visione prospettica in movimento, avvicina sorprendentemente il Bosco di Bomarzo, alla concezione formale dei giardini cinesi, come è stato evidenziato nell'interessante Tesi di Laurea "Codici di connessione con l'oriente", tenutasi presso il Politecnico di Milano. Attraverso un'analisi della struttura spaziale del Sacro Bosco, sono state identificate interessanti analogie con le regole formali dei giardini cinesi, quali: la conformazione zigzagante di alcuni sentieri, la presenza d'iscrizioni che arricchiscono il racconto del viaggio attraverso il giardino, l'alternanza di opposte conformazioni spaziali (buio/luce, grande/piccolo, interno/esterno, sopra/sotto, restringimento/ampliamento, ecc.), esplicito rimando alla fondamentale "legge" taoista che prevede un'armoniosa compresenza di aspetti yin e yang.

Inoltrandosi nelle ragioni che spinsero Vicino Orsini ad investire così tanta energia in quest'opera, l'ipotesi più avvalorata è quella della pura e semplice volontà di stupire e sorprendere, della necessità di dare vita ad una "materializzazione di un divertimento", di un luogo adatto a dilettevoli evasioni, ove si potesse: "Sfogare il core (...) viver allegramente et pigliar tempo come viene". Lo stesso Pirro Ligorio nel suo "Libro delle antichità" scrive a proposito dei mostri che popolano Bomarzo:" (...) non per fini fantastici, non per mostrare delle cose insolite e folli, non per usare la loro varietà come motivi decorativi, (...) Essi sono fatti per provocare lo stupore e la meraviglia nei miserabili mortali, per illustrare il meglio possibile la fecondità, la pienezza dell'intelligenza e le sue qualità immaginative (...) e per dimostrare come la vita si manifesta, per dare proliferazione ai temi nati dalle cose create".

Dopo secoli di totale abbandono, la consapevolezza dell'eccezionale valore artistico del Sacro Bosco, sta oggi emergendo all'attenzione di un pubblico più vasto. Lo stimolo prodotto dal lavoro di alcuni artisti e studiosi, nonché da un folto numero di stranieri appassionati al "caso" Bomarzo, ha parzialmente innescato una lenta rinascita, di questa - secondo la definizione di Salvador Dalì - : "Vera fantasmagoria proiettata nella realtà".

(Raffaella Spagna. 31.01.2002)



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